While in Portugal, Father Arturo Sosa was interviewed about the Rupnik case.

🇪🇸 Rupnik case: el Preposito general lo defiende “ha respetado las medidas”

🇬🇧 Rupnik case: superior general defends him ‘he respected the measures imposed’

Il preposito generale della Compagnia di Gesù, Arturo Marcelino Sosa Abascal in questi giorni si trovava in Portogallo per visitare alcune istituzioni dei gesuiti nel Paese. Al termine della Santa Messa celebrata presso il Centro Universitario Padre António Vieira (CUPAV), a Lisbona, alcuni giornalisti di 7margens lo hanno intervistato chiedendo spiegazioni sulle notizie che hanno riguardato Padre Marko Ivan Rupnik trapelate in questi giorni.

Nelle scorse ore diversi gesuiti hanno preso posizione sul caso. Fra questi emergono gli interventi di Padre Miran Žvanut, provinciale dei gesuiti sloveni e Padre Gianfranco Matarrazzo, ex provinciale della Provincia Euro-Mediterranea (Italia, Albania, Malta e Romania).

Žvanut, nominato da Sosa nel 2020, ha riferito: “Purtroppo, come sempre, le notizie sono piuttosto gonfiate e con molte falsità. La denuncia non è arrivata dalle suore, come alcuni media affermano falsamente. Tuttavia, nell’ambito dell’indagine preliminare, sono state prese misure cautelari nei confronti di don Mark Ivan Rupnik, ripeto, misure cautelari, e nessuna sanzione o divieto da parte del Vaticano, come abbiamo visto nei media. Le misure cautelari sono solo qualcosa di normale quando ci sono accuse di questo tipo o simili contro un religioso. Padre Marko Ivan Rupnik vive fuori dalla Slovenia da oltre 20 anni, quindi come provinciale non sono direttamente coinvolto in questa indagine. Il delegato delle Case internazionali a Roma ne è attualmente responsabile, ma naturalmente mi tiene informato su quanto sta accadendo e presumo che se avrà nuove informazioni me le comunicherà”.

Silere non possum ha il dovere di precisare che le affermazioni di Padre Miran Žvanut sono false e sorprende che il gesuita sloveno non sia al corrente di ciò che avviene qui in Vaticano. I suoi interventi e le sue attività sono spesso ripresi da Vatican News, cosa che non accade con proprio tutti i sacerdoti del mondo. Sarebbe forse il caso che il gesuita si informasse prima di parlare.

Due errori, in particolare:

  1. Nel fascicolo di Padre Ivan Rupnik sono presenti le testimonianze delle suore.
  2. I provvedimenti cautelari non sono “qualcosa di normale” e, soprattutto, devono assolutamente essere revocati quando viene meno la causa (Can. 1722 CJC).

Pene o misure cautelari?

La questione è molto importante e deve essere chiarita dalla Compagnia di Gesù.

Il Canone 1722 recita: “L’Ordinario per prevenire gli scandali, tutelare la libertà dei testimoni e garantire il corso della giustizia, può in qualunque stadio del processo, udito il promotore di giustizia e citato l’accusato stesso, allontanare l’imputato dal ministero sacro o da un ufficio o compito ecclesiastico, imporgli o proibirgli la dimora in qualche luogo o territorio, o anche vietargli di partecipare pubblicamente alla santissima Eucaristia; tutti questi provvedimenti, venendo meno la causa, devono essere revocati, e cessano per il diritto stesso con il venir meno del processo penale”.

È chiaro, quindi, che ora questi provvedimenti non sono più giustificati. La Compagnia di Gesù deve spiegare quali sono le ragioni che giustificano questi provvedimenti amministrativi di tipo “cautelare”.

Le possibilità sono due: o i provvedimenti sono in essere perché vi è ancora qualche giudizio pendente oppure queste sono pene accessorie contenute all’interno del provvedimento che ha chiuso il procedimento. Diversamente non sarebbero legali.

Altresì, è un po’ irrealistico che un procedimento venga chiuso perchè dichiarato prescritto, però allo stesso tempo vengono applicate le pene accessorie.



Inoltre, le parole di Padre Miran Žvanut fanno sorridere. In un momento nel quale non gli è stato chiesto nulla, in quanto il religioso non è responsabile di Marko Rupnik, lui sceglie di pronunciarsi pubblicamente per difenderlo. Non rivolge alcuna considerazione ai fatti in sé ma riferisce che “sono gonfiati”. Bisogna ricordare a Žvanut che il suo confratello Hans Zollner ebbe a dire: “Tra noi si nascondono criminali, serve un’inchiesta anche in Italia”. Zollner parlava anche di Rupnik? Oppure lui è esente?

Questa è una delle domande che si pongono molti vescovi italiani ed europei che si sono visti accusati, per anni, da Padre Zollner che chiedeva trasparenza. Miran Žvanut non ritiene che le parole del gesuita tedesco siano un po’ forti? Il rischio è quello di diffondere nella gente l’idea che nel presbiterio si nascondano solo dei delinquenti.

Il tedesco Zollner, preside dell’Istituto di Antropologia dell’Università Gregoriana, però, ha scelto di non dire neppure una parola su Ivan Rupnik. Come mai? Non bisognava essere trasparenti? Come di consueto questi puritani, farisei dell’ultima ora, sono bravi a fare i professori in cattedra ma quando si parla di fare un esame di coscienza, tacciono.

Di tutt’altro tono, invece, è l’intervento dell’ex provinciale Matarazzo: “Con tutti i miei limiti, sto cercando di dare la mia vita alla Chiesa Cattolica attraverso i gesuiti. Non mi è mai appartenuta la mortificante dicotomia “conservatore” o “progressista”. Ma bisogna dirlo: il caso Rupnik è uno tsunami… …di ingiustizia, di mancata trasparenza, di gestione discutibile, di attività bacata, di opera personalizzata, di comunità apostolica sacrificata al leader, di disparità di trattamento. E il comunicato dei gesuiti rilancia questo tsunami. Un caso esemplare di giustizia negata. Non è stato aiutato neanche il presunto responsabile. Un danno micidiale all’Ordine dei gesuiti, ma ancor più alla Santa Madre Chiesa. Un altro caso di studio, come se non bastasse sin qui accaduto. Cosa fare?

  1. Assumersi tutte le responsabilità e le conseguenze di questa opzione.
  2. Offrire una ricostruzione dettagliata di tutto ciò che è accaduto.
  3. Convocare una conferenza stampa e rispondere a tutte le domande in maniera trasparente, senza dover più fare aggiunte di rincorsa perché costretti.
  4. Spalancare gli archivi.
  5. P. Hans Zollner S.J., accreditato come voce autorevole in tema di abusi e sempre esigente con i vescovi rispetto alla gestione di questa tragedia, prenda posizione sul suo Ordine di appartenenza”.

Anche Matarazzo chiede che Zollner, viste le sue numerose prediche al mondo, ora abbia la buona creanza di dire qualche parola.

Il comportamento di Zollner è emblematico di tutti coloro che su Rupnik hanno taciuto o hanno gridato al complotto. Eppure, è necessario fare una riflessione seria sull’argomento, proprio come abbiamo detto in merito ad alcunia articoli di stampa.

Noi non riteniamo assolutamente che bisogna “spalancare gli archivi”, perché il Codice di Diritto Canonico è chiaro sull’argomento e bisogna garantire la riservatezza sia della vittima che del presunto aggressore. Altresì, è necessario che quando il caso è chiuso venga data comunicazione della decisione. Questo è fondamentale perché, altrimenti, come accaduto in questi mesi, colui (o colei) che è colpito da misure o pene, potrebbe continuare a fare ciò che vuole indisturbatamente.

Allo stesso tempo è una garanzia anche per chi viene accusato ingiustamente, in modo che possa essere chiaro che è innocente. Ciò comporta che la gente deve anche imparare che quando il Tribunale ecclesiastico (o il Dicastero) si pronuncia, la decisione è definitiva e gode di autorevolezza. Non si possono sentire quei giornali che recriminano la competenza civile. Ognuno ha la sua competenza, ognuno agisce liberamente secondo il proprio ordinamento.

L’intervista a Padre Sosa

Nell’intervista che è stata fatta a Padre Sosa, il quale si dice convinto che Padre Rupnik non tenga esercizi, emerge chiaramente l’atteggiamento di difesa. Sosa, addirittura, dice che Rupnik ha sempre rispettato le misure imposte. In realtà le cose non stanno affatto così. Ci risulta alquanto difficile credere che Padre Sosa non sappia che Rupnik in questo anno si è recato in giro per il mondo e, in diverse occasioni, ha predicato catechesi e incontri.

Come abbiamo chiaramente detto, Padre Rupnik ad agosto 2022 si è recato nella Parrocchia di Castel d’Ario e ha tenuto un corso di esercizi spirituali.

I giornalisti portoghesi, poi, hanno chiesto conto a Padre Sosa di quanto abbiamo scritto in merito agli esercizi spirituali previsti a Loreto. Sosa, pur avendo appreso la notizia, ha risposto che non sono previsti gli esercizi spirituali e Rupnik ha rispettato sempre quanto gli è stato imposto.

È chiaro, quindi, che il Preposito Generale ha voluto lavarsi le mani con il suo comunicato, ma allo stesso tempo non ha intenzione di ammettere la realtà: Rupnik ha sempre continuato a fare ciò che voleva.

Padre Sosa, poi, sottolinea che questi fatti riguardano “questioni tra adulti”. La sensazione che viene trasmessa è che si voglia togliere importanza alla gravità di questi abusi. Se si abusa dei minori è grave, altrimenti no. Anche leggendo la dichiarazione, il superiore (sia romano che sloveno) ci tiene a precisare che non sono coinvolti i minori. Ora, è chiaro che l’abuso sul minore è grave ma è grave proprio perché questo non può difendersi, è in una condizione di inferiorità. Come sottolinea magistralmente Padre Dysmas De Lassus nel suo libro, anche la vittima di abusi di potere, di abusi spirituali, molto spesso è indifesa, inerme e in una condizione di sudditanza psicologica.

Il rischio che commettiamo oggi è quello proprio dei farisei. Facciamo i castiga bestie con chi si macchia del crimine di pedofilia e siamo accondiscendenti con chi commette l’abuso di potere e l’abuso spirituale. Questo è ciò che abbiamo sempre contestato a chi porta avanti questa battaglia con i metodi televisivi, il metodo di Pilato. Se non si combatte l’abuso di coscienza, non si può combattere l’abuso sessuale. Sarebbe come pulire l’acqua piovana che cade da un tetto bucato. Pulisco l’acqua che viene giù ma non vado a sistemare il tetto.

F.P.

Silere non possum

Il testo dell’intervista ⬇️

L’intervista condotta da António Marujo:

La dichiarazione della Compagnia sul caso è stata rilasciata dopo che sono emerse le prime notizie. Perché le informazioni su ciò che stava accadendo hanno ritardato?

Innanzitutto, devo dire che per la Compagnia di Gesù ogni caso come questo è molto doloroso. In secondo luogo, non dobbiamo pubblicare ogni caso. Una delle cose a cui tutti abbiamo diritto come persone è una certa privacy: le dichiarazioni pubbliche devono essere fatte quando i fatti sono pubblici; quando non sono pubbliche, non c’è niente da dire e questo non significa nascondersi. Non abbiamo nascosto nulla.

In questo caso, mi sembra importante sottolineare alcune cose. Primo, che non ci sono minori coinvolti. In altre parole, si tratta di questioni tra adulti.

In secondo luogo, non abbiamo ricevuto la denuncia noi, direttamente, ma l’abbiamo ricevuta dalla Congregazione per la Dottrina della Fede [CDF]. Loro ci chiesero di svolgere un’indagine perché avevano ricevuto una denuncia. Proprio per non nascondere nulla e per indagare nel modo più trasparente possibile, abbiamo cercato investigatori che non fossero della Compagnia di Gesù.

Poi abbiamo consegnato il rapporto alla CDF, che aveva richiesto questa indagine preliminare. Un’indagine preliminare non è un processo che si conclude con una sentenza, ma è un primo approccio al caso. Abbiamo aspettato a lungo fino a quando abbiamo ricevuto la notizia, dalla Congregazione, la quale aveva studiato il caso e l’indagine e ha visto che si trattava di cose accadute 30 anni fa e, secondo la legge, era prescritto. Questa è la parte canonica.

Cosa è successo dopo?

Dal momento in cui abbiamo ricevuto la richiesta di avviare l’indagine, abbiamo immediatamente preso misure, che sono state proporzionate ai fatti. A padre Marko Rupnik fu proibito di confessare, di condurre esercizi spirituali, di fare direzione spirituale e di fare qualsiasi dichiarazione pubblica, insegnamento e qualsiasi altra attività di questo tipo che doveva essere autorizzata dal suo superiore locale.

Questo è ciò che è stato fatto per tutto questo tempo. Dopo che abbiamo ricevuto la notifica dalla Congregazione che riferiva che si trattava di fatti prescritti, le misure sono state mantenute. Questo perché vogliamo approfondire la questione, per vedere come aiutare tutti coloro che sono coinvolti.

La dichiarazione non fa alcun riferimento alle vittime. Data la notorietà di padre Rupnik, la divulgazione del caso non era giustificata?

Bisogna chiedere alle vittime. Non posso prendere la parola per qualcuno che non vuole farlo.

Perché non c’è alcun riferimento alle vittime nella vostra dichiarazione?

Perché non c’è stato un processo che ha chiarito che qui c’è una vittima e qui un aggressore. Il caso è andato in prescrizione. Non c’è una qualificazione delle vittime, c’è un sospetto di fatti che sono andati oltre i limiti di ciò che si fa tra persone adulte.

Una delle misure prese per padre Rupnik è stata quella di lasciare la direzione del Centro Aletti?

Quello è successo molto prima. Ha lasciato la direzione più di un anno fa [nel 2020] per motivi interni all’organizzazione del centro, perché era in carica da molto tempo e aveva già molti impegni nel lavoro artistico.

Continua a viaggiare e fare varie cose. Ad esempio, a febbraio è previsto un ritiro nel santuario di Loreto. Questo non rientra nelle misure previste?

Non credo che sia previsto un ritiro, ma non dovrebbe farlo. Non è in prigione, né alcuna delle misure influenzano il suo lavoro artistico. Ha impegni artistici molto importanti. Può celebrare l’Eucaristia, ciò che gli è proibito è guidare gli esercizi spirituali o confessare. Queste sono le misure, perché devono essere proporzionate ai fatti.

Continua ad avere la stessa mobilità di tutti noi, per motivi di lavoro. Queste non vincolano il suo lavoro. Quelle a cui è stato sottoposto le ha rispettate.