Francesco in Bahrain: ” lo Spirito è più grande delle nostre divisioni carnali”



On Friday afternoon, 04 November, the Pope participated in a meeting with members of the Muslim Council of Elders and an ecumenical prayer meeting





Due incontri hanno caratterizzato il pomeriggio di venerdì 04 novembre 2022, secondo giorno per Francesco in Bahrein. L’incontro con i Membri del “Muslim Council of Elders” e la preghiera ecumenica nella Cattedrale di Nostra Signora d’Arabia ad Awali.

Nella imponente cattedrale di Awali, Francesco si è rivolto ai leader religiosi ancora una volta: “Purtroppo con le nostre lacerazioni abbiamo ferito il santo corpo del Signore, ma lo Spirito Santo, che congiunge tutte le membra, è più grande delle nostre divisioni carnali”. La Cattedrale è la più grande chiesa di tutto il Golfo Persico, arriva ad ospitare 2300 fedeli, e sorge in mezzo al deserto di Awali. È stata costruita su un terreno donato da Sua Maestà Ḥamad bin ʿĪsā Āl Khalīfa. 

Il Pontefice ha offerto una meditazione: “Torniamo al testo di Pentecoste. Meditandolo, hanno risuonato in me due elementi, che misembrano utili per il nostro cammino di comunione e che vorrei dunque condividere con voi. Sono l’unità nella diversità e la testimonianza di vita”. 

“A Pentecoste i discepoli, dicono gli Atti degli Apostoli, «si trovavano tutti insieme nello stesso luogo» (2,1). Notiamo come lo Spirito, che si posa su ciascuno, sceglie tuttavia il momento in cui stanno tutti insieme” sottolinea Francesco. Poi si è chiesto: “come fare ad accrescere l’unità se la storia, l’abitudine, gli impegni e le distanze sembrano attirarci da altre parti? Qual è il “luogo di ritrovo”, il “cenacolo spirituale” della nostra comunione? È la lode di Dio, che lo Spirito suscita in tutti”. Infine, l’invito:“Carissimi, chiediamo a noi stessi come procediamo in questo cammino. Io, pastore, ministro, fedele, sono docile all’azione dello Spirito?”

Poco prima, il Papa, incontrando i membri del Consiglio degli anziani musulmani nella moschea di Al-Sakhir Palace, ha detto: “Dio è la fonte della pace. Che Egli ci conceda di essere canali della Sua pace ovunque!”.

Francesco ha detto: “Credo che abbiamo sempre più bisogno di incontrarci, di conoscerci e di aprire i nostri cuori gli uni agli altri, di anteporre la realtà alle idee e le persone alle opinioni, di essere aperti al cielo prima che alle distanze sulla terra: un futuro di fraternità prima che un passato di ostilità, superando i pregiudizi e le incomprensioni della storia nel nome di Colui che è la fonte della pace”. In quale altro modo i credenti di religioni e culture diverse potranno vivere insieme, accettarsi e valorizzarsi a vicenda, se rimaniamo estranei l’uno all’altro?”.

Il Pontefice si è detto convinto che “i mali sociali e internazionali, economici e personali, così come la drammatica crisi ambientale” derivino “dalla nostra alienazione da Dio e dal prossimo”. Papa Francesco ha concluso dicendo: “Rafforziamoci a vicenda in questo, continuiamo a costruire sul nostro incontro di oggi, camminiamo insieme!”.

Il Grande Imam di al-Azhar: “tentano di imporre deviazioni dalla morale”

Dello stesso avviso è Aḥmad Muḥammad Aḥmad al-Ṭayyib, grande Imam di al-Azhar.“Peggio ancora è il fatto che il nostro mondo oggi non ha più un’autorità di riferimento che lo guidi ogni volta che si allontana o confonde la verità con la menzogna, il bene con il male, il lodevole con il detestabile”. 

L’Imam non si è risparmiato neppure sui temi etici, ricordandoci un pò le parole del Patriarca Kirill utilizzate contro l’Occidente, “Non è una sorpresa assistere agli effetti di questa deviazione dall’etica, sia nelle società troppo aperte, sia come risposta agli appelli che cercano di imporre l’allentamento e la deviazione dalla morale. Oggi si assiste a deviazioni come la diffusione dell’omosessualità e del terzo sesso“. Questo, ha sottolineato, avviene anche in anche “in società conservatrici, dove la religione e la morale sono parte integrante e fondamentale della loro civiltà, cultura e tradizioni”. Il pretesto sarebbero “la libertà e i diritti umani, secondo la filosofia della modernità e dell’illuminismo”. Scostandosi un po’ dal discorso pronunciato al Forum questa mattina, l’Imam ha detto: Tuttavia, rifiutiamo con forza che queste società cerchino di imporre questi punti di vista alle nostre società orientali”. 

Al centro dell’attenzione dei leader religiosi vi è stata poi la questione climatica. C’è molto da dire su questa situazione angosciante. Per farla breve, questa crisi è un disastro causato dall’uomo che si è liberato dalle restrizioni della religione e della morale”, ha detto Aḥmad al-Ṭayyib.

Poi ha invitato, ancora una volta, gli studiosi e i chierici: Il nostro dovere nei confronti di queste sconfortanti circostanze internazionali è quello di alzare la voce e lanciare un grido alle autorità e a coloro che possiedono ricchezze oscene, ricordando loro il loro destino e il destino di tutti noi, se non agiranno al più presto. Ma non dovrebbe interessarci se rispondono o si tappano le orecchie, perché la nostra via, in quanto rappresentanti delle fedi abramitiche, è quella comandata dall’alto dei sette cieli: “su di voi c’è solo l’obbligo di notifica”. 

Domani l’incontro con la comunità cattolica

Il 39° Viaggio Apostolico internazionale del Papa continuerà domani, 05 novembre 2022, con la celebrazione eucaristica al “Bahrain National Stadium” al mattino e l’incontro con i giovani alla Scuola del Sacro Cuore nel pomeriggio.

F.G.

Silere non possum





SOSTIENI SILERE NON POSSUM


Discorso pronunciato dal Grande Imam di al-Azhar durante l’incontro con i Membri del “Muslim Council of Elders”


Diamo il benvenuto a Papa Francesco e agli alti esponenti del clero e agli studiosi cattolici che lo accompagnano nel nostro mondo arabo, un mondo che è lieto di essere partner del vostro cammino di fraternità umana, a partire dall’Egitto, poi negli Emirati Arabi Uniti e ora nel Regno gemello del Bahrein.

Onorevoli partecipanti,

ritengo doveroso intervenire oggi all’apertura del nostro incontro, che unisce il Consiglio degli anziani musulmani con la leadership religiosa della Chiesa cattolica in Bahrein, su una questione di estrema importanza, ovvero il dialogo interreligioso e le sfide del XXI secolo. Il nostro incontro di oggi è un passo positivo nel percorso di dialogo interreligioso che abbiamo intrapreso insieme e che ha già dato i suoi frutti in una crescente consapevolezza collettiva delle sfide unificanti e nella speranza di invocare la coscienza globale per rispondere a queste sfide. Naturalmente, il tempo non ci permette di evidenziare tutti i tragici incidenti e i pericolosi sviluppi che incombono sull’uomo di oggi e che lo minacciano, indipendentemente dalla sua posizione sul pianeta. Non si sa da dove cominciare con tutte le crisi globali, siano esse umanitarie, economiche, etiche o legate al clima e all’ambiente. Peggio ancora è il fatto che il nostro mondo oggi non ha più un’autorità di riferimento che lo guidi ogni volta che si allontana o confonde la verità con la menzogna, il bene con il male, il lodevole con il detestabile. È come un’auto in corsa senza un volante che la controlli e senza freni che la fermino prima che distrugga se stessa e gli altri. A rendere le cose ancora più violente e brutali è l’espansione dell’influenza distruttiva di queste crisi che, a differenza del passato, non sono più limitate a una nazione o a un Paese. Le ramificazioni di questa nuova catena di crisi e catastrofi in una capitale del mondo si estendono a tutto il mondo e nessun Paese, indipendentemente dalla sua forza economica, può sottrarsi alle terribili conseguenze. La guerra non si limita più ai campi di battaglia, ma anche le città e i villaggi con le loro case, le strade, le scuole, gli ospedali, gli uomini, le donne e i bambini sono ora esposti al massacro, allo spargimento di sangue e alla distruzione.

È estremamente doloroso assistere a questo devastante sviluppo della guerra e alla sua terribile capacità di morte e distruzione. Fino a poco tempo fa, la crisi umana era limitata alla sfera del lavoro, alla concorrenza delle grandi imprese internazionali e ai sindacati nazionali costituiti per far fronte a queste crisi. È stato così anche durante la Guerra Fredda, prima che una dottrina potesse dominare il mondo, professando di essere l’unica dottrina, sostenendo di avere il diritto di guidare il mondo con le sue filosofie, teorie e ideologie politiche, sociali ed economiche. Il mondo sembra voler accettare la globalizzazione di queste idee e della loro pratica, considerandole come un nuovo paradiso per l’umanità, che sostituisce il vecchio paradiso che è crollato. Naturalmente, il nuovo paradiso ha portato con sé nuove crisi, in linea con l’egoismo dei suoi sostenitori, e così il mondo intero si trova di fronte a nuovi sviluppi, sviluppi a cui le menti faticano ad adattarsi e di cui decifrano le cause e gli obiettivi. Questo caso ricorda un verso poetico di un poeta arabo, che può essere tradotto come segue: Mi sono liberato di alcune preoccupazioni che mi assillavano, ma ne sono arrivate altre che mi sconcertano!

Dalla fine del XX secolo, l’umanità ha affrontato una miriade di crisi, in particolare il grande divario tra ricchi e poveri e la sua continua espansione, e questo squilibrio tra uomo e natura che lo accompagna, con la sua ingiustizia ed esclusione per la maggior parte delle persone. Potremmo anche aggiungere che stiamo assistendo all’umiliazione di questa maggioranza come risultato della mancanza di valori morali che le religioni hanno stabilito, in particolare la “giustizia”, che è il fondamento dell’universo, e l’uguaglianza. La mancanza di questi valori ha portato a un enorme sconvolgimento dell’economia mondiale e a un’interruzione dello sviluppo sociale. Il risultato è un aumento della povertà, di carestie devastanti, di guerre e conflitti che spesso divampano nei Paesi poveri e in via di sviluppo. Non è esagerato dire che la crisi del nostro mondo moderno è soprattutto una crisi morale e di fede (ateismo). La maggior parte dei problemi e delle questioni che l’uomo si trova ad affrontare oggi sono le inevitabili conseguenze di questa crisi di fondo, che si è insidiosamente avviluppata intorno all’uomo, travolgendone i pensieri e i comportamenti.

Non è una sorpresa assistere agli effetti di questa deviazione dall’etica, sia nelle società troppo aperte, sia come risposta agli appelli che cercano di imporre l’allentamento e la deviazione dalla morale. Oggi si assiste a deviazioni come la diffusione dell’omosessualità e del terzo sesso, anche in società conservatrici, dove la religione e la morale sono parte integrante e fondamentale della loro civiltà, cultura e tradizioni, con il pretesto della “libertà” e dei “diritti umani”, secondo la filosofia della modernità e dell’illuminismo. Ma è una libertà che genera caos, distruzione morale e demolizione della struttura interna dell’uomo. Non neghiamo alle società occidentali la scelta di ciò che considerano diritti e libertà. Né chiediamo loro di modificare tali scelte.

Tuttavia, rifiutiamo con forza che queste società cerchino di imporre questi punti di vista alle nostre società orientali. Altrimenti, ci troveremo di fronte a un nuovo colonialismo che presto finirà e scomparirà, proprio come è successo in passato. Le parti dietro questa “invasione” dovrebbero educarsi sulla natura delle civiltà non occidentali e imparare dalla storia del conflitto tra le due civiltà.

Così facendo, impareranno che la globalizzazione delle credenze e delle culture non è altro che una sorta di sogno ad occhi aperti e di illusione, e che la “religione”, che è profondamente radicata nella civiltà orientale, non è mai stata sconfitta da “nessuna forza civilizzatrice nel mondo”: Non è stata sconfitta dal potere dei Romani, del Primo Impero Persiano, dei Mongoli, dei Crociati nel periodo medievale, né dal potere dell’Occidente nell’era moderna. E non sarà sconfitta da nessun’altra potenza in futuro”.

Lo stesso si può dire della cosiddetta crisi ambientale e del cambiamento climatico. C’è molto da dire su questa situazione angosciante. Per farla breve, questa crisi è un disastro causato dall’uomo che si è liberato dalle restrizioni della religione e della morale. È uno degli effetti dell’ “egoismo” e dell’economia di mercato, nonché della filosofia capitalista e del suo discorso che privilegia “il massimo profitto possibile, anche se ciò significa vendere tutto”.

Illustre assemblea,

non credo che abbiamo abbastanza tempo per descrivere in dettaglio la prospettiva coranica sull’ambiente, sulla terra e sulla diffusione della corruzione su di essa. Per motivi di tempo è sufficiente riassumere le dimensioni chiave della questione come segue.

In primo luogo, il Corano chiarisce che l’intero universo con tutti i suoi mondi, vale a dire il mondo degli uomini, il mondo degli animali, il mondo delle piante e il mondo degli oggetti inanimati, adorano letteralmente e non metaforicamente Dio Onnipotente. Non c’è differenza tra un uomo, un angelo, un uccello, un animale, una pianta, una montagna, un mare o qualsiasi oggetto inanimato sulla terra o nei cieli. Tuttavia, l’uomo non può ascoltare le preghiere e le lodi di queste creature. Anche se le sente, non può comprenderle. Così come sente i suoni degli uccelli e degli animali, ma non può comprenderne il significato. La lezione che dovremmo trarre da questa posizione coranica è che il rapporto tra l’uomo e il resto delle creature dovrebbe essere basato sull’amicizia e sulla fratellanza. Da questo rapporto derivano anche doveri e diritti che l’uomo deve rispettare.

Per questo motivo, l’Islam proibisce agli eserciti musulmani di demolire gli edifici che trovano nei territori dei loro nemici durante la guerra.

Allo stesso modo, è vietato tagliare un albero o sommergere le colture per distruggerle. È anche vietato disperdere gli sciami di api o bruciarli con il fuoco. L’Islam proibisce persino di macellare gli animali nei territori dei nemici, tranne che per un’ovvia necessità, come quella di fornire una fonte di nutrimento. Se sono costretti a farlo, devono prenderne solo la quantità necessaria.

Se leggiamo un po’ più a fondo il Corano su questo argomento, possiamo trovare numerosi versetti che ci vietano molto chiaramente di fare corruzione sulla terra. Dio Onnipotente dice: “E non causate corruzione sulla terra dopo la sua riforma”. (Corano 7:56) Ed ecco un altro versetto che ci dice che la corruzione si è diffusa per mano dell’umanità. Inoltre, avverte che le conseguenze della corruzione non sono limitate a coloro che la causano, ma colpiscono tutti i Paesi e le persone, in modo da far loro capire gli avvertimenti di Dio. Dio dice: “La corruzione è apparsa in tutta la terra e nel mare a causa di ciò che le mani degli uomini hanno guadagnato, così che Egli possa far loro assaggiare parte delle conseguenze di ciò che hanno fatto, affinché forse ritornino alla rettitudine”. (Corano 30:41) Un altro versetto ci avverte delle amare conseguenze della corruzione: “E temete una prova che non colpirà esclusivamente coloro che hanno sbagliato tra di voi”. (Corano 8:25) Questi versetti mostrano chiaramente che all’uomo è affidato il compito di riformare la terra e che il rapporto tra l’umanità e le altre creature deve essere di amicizia e di comunione globale. Essi vietano anche di causare la corruzione sulla terra e che essa è una prova le cui gravi conseguenze ricadono su tutti, non solo su coloro che l’hanno causata.

Onorevoli eminenze,

le somme astronomiche necessarie per affrontare la crisi climatica, mentre le principali nazioni industriali tacciono sui finanziamenti etici e umani, sono molto spaventose. Il nostro dovere di studiosi e chierici religiosi nei confronti di queste sconfortanti circostanze internazionali è quello di alzare la voce e lanciare un grido alle autorità e a coloro che possiedono ricchezze oscene, ricordando loro il loro destino e il destino di tutti noi, se non agiranno al più presto. Ma non dovrebbe interessarci se rispondono o si tappano le orecchie, perché la nostra via, in quanto rappresentanti delle fedi abramitiche, è quella comandata dall’alto dei sette cieli: “su di voi c’è solo [l’obbligo di] notifica” (Corano, 42:48)

Per concludere, vorrei rinnovare il mio sincero appello a continuare questo dialogo interreligioso islamo-cristiano e a renderlo aperto a tutti i popoli. Attraverso di esso potremo, con la grazia di Dio, mettere in pratica gli insegnamenti del Documento sulla fraternità umana. Speriamo che Dio Onnipotente ci permetta di rispondere alle sfide comuni del nostro mondo. Grazie per l’ascolto.




Discorso pronunciato da Sua Santità Francesco durante l’incontro con i Membri del “Muslim Council of Elders”


Caro fratello, Dottor Ahmad Al-Tayyeb, Grande Imam di Al-Azhar,
cari Membri del Muslim Council of Elders,
cari amici,
As-salamu alaikum
!

Vi saluto cordialmente, augurandovi che la pace dell’Altissimo scenda su ciascuno di voi: su di voi, che intendete promuovere la riconciliazione per evitare divisioni e conflitti nelle comunità musulmane; su di voi, che vedete nell’estremismo un pericolo che corrode la vera religione; su di voi, che vi impegnate a dissipare interpretazioni errate che attraverso la violenza fraintendono, strumentalizzano e danneggiano un credo religioso. La pace scenda e rimanga su di voi, che desiderate diffonderla instillando nei cuori i valori del rispetto, della tolleranza e della moderazione; su di voi, che proponete di incoraggiare relazioni amichevoli, mutuo rispetto e fiducia reciproca con quanti, come me, aderiscono a una fede religiosa diversa; su di voi, fratelli e sorelle, che volete favorire nei giovani un’educazione morale e intellettuale che contrasti ogni forma di odio e intolleranza. As-salamu alaikum!

Dio è Fonte di pace. Ci conceda di essere, ovunque, canali della sua pace! Davanti a voi vorrei ribadire che il Dio della pace mai conduce alla guerra, mai incita all’odio, mai asseconda la violenza. E noi, che crediamo in Lui, siamo chiamati a promuovere la pace attraverso strumenti di pace, come l’incontro, le trattative pazienti e il dialogo, che è l’ossigeno della convivenza comune. Tra gli obiettivi che vi proponete c’è quello di diffondere una cultura della pace basata sulla giustizia. Vorrei dirvi che questa è la via, anzi l’unica via, in quanto la pace «è opera della giustizia (Gaudium et spes, 78). Scaturisce dalla fraternità, cresce attraverso la lotta all’ingiustizia e alle disuguaglianze, si costruisce tendendo la mano agli altri» (Discorso in occasione della Lettura della Dichiarazione finale e Conclusione del VII “Congress of Leaders of World and Traditional Religions”, 15 settembre 2022). La pace non può essere solo proclamata, va radicata. E ciò è possibile rimuovendo le disuguaglianze e le discriminazioni, che ingenerano instabilità e ostilità.

Vi ringrazio per il vostro impegno in tal senso, come pure per l’accoglienza che mi avete riservato e per le parole che avete pronunciato. Vengo a voi come credente in Dio, come fratello e pellegrino di pace. Vengo a voi per camminare insieme, nello spirito di Francesco di Assisi, il quale era solito dire: «La pace che annunziate con la bocca, abbiatela ancor più copiosa nei vostri cuori» (Leggenda dei tre compagni, XIV,5: FF 1469). Mi ha colpito vedere come in queste terre sia consuetudine, nell’accogliere un ospite, non solo stringergli la mano, ma anche portarsi la mano al cuore in segno di affetto. Come a dire: la tua persona non rimane a me distante, entra nel mio cuore, nella mia vita. Porto anch’io la mano al cuore con rispettoso affetto, guardando ciascuno di voi e benedicendo l’Altissimo per la possibilità di incontrarci.

Credo che abbiamo sempre più bisogno di incontrarci, di conoscerci e di prenderci a cuore, di mettere la realtà davanti alle idee e le persone prima delle opinioni, l’apertura al Cielo prima delle distanze in Terra: un futuro di fraternità davanti a un passato di ostilità, superando i pregiudizi e le incomprensioni della storia in nome di Colui che è Fonte di Pace. D’altronde, come potranno i fedeli di religioni e culture diverse convivere, accogliersi e stimarsi a vicenda se noi restiamo estranei gli uni agli altri? Lasciamoci guidare dal detto dell’Imam Ali: «Le persone sono di due tipi: o tuoi fratelli nella fede o tuoi simili nell’umanità», e sentiamoci chiamati ad avere cura di tutti coloro che il disegno divino ci ha posto accanto nel mondo. Esortiamoci «a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà» (Nostra aetate, 3). Sono compiti che spettano a noi, guide religiose: al cospetto di un’umanità sempre più ferita e lacerata che, sotto il vestito della globalizzazione, respira con affanno e paura, i grandi credo sono tenuti a essere il cuore che unisce le membra del corpo, l’anima che dà speranza e vita alle aspirazioni più alte.

In questi giorni ho parlato della forza della vita, che resiste nei deserti più aridi attingendo all’acqua dell’incontro e della convivenza pacifica. Ieri l’ho fatto prendendo spunto dal sorprendente “albero della vita” che si trova qui in Bahrein. Il racconto biblico, che abbiamo ascoltato, pone l’albero della vita al centro del giardino delle origini, al cuore del meraviglioso progetto di Dio per l’uomo, un disegno armonico capace di abbracciare tutta la creazione. L’essere umano, tuttavia, ha preso le distanze dal Creatore e dall’ordine da Lui stabilito. Da qui hanno avuto origine problemi e squilibri, che nella narrazione biblica si susseguono l’uno all’altro: liti e omicidi tra fratelli (cfr Gen 4), disordini e devastazioni ambientali (cfr Gen 6-9), superbia e contrasti nella società umana (cfr Gen 11)… Un’alluvione di male e di morte è insomma scaturita dal cuore dell’uomo, dalla scintilla malefica scatenata da quel male che sta accovacciato alla porta del suo cuore (cfr Gen 4,7), per incendiare il giardino armonico del mondo. Ma tutto questo male si radica nel rifiuto di Dio e del fratello: nel perdere di vista l’Autore della vita e nel non riconoscersi più custodi dei fratelli. Perciò le due domande che abbiamo ascoltato permangono sempre valide e, al di là del credo professato, interpellano ogni esistenza e ogni epoca: «Dove sei?» (Gen 3,9); «Dov’è tuo fratello?» (Gen 4,9).

Cari amici, fratelli in Abramo, credenti nel Dio unico, i mali sociali e internazionali, quelli economici e personali, nonché la drammatica crisi ambientale che caratterizza questi tempi e sulla quale qui oggi si è riflettuto, provengono in ultima analisi dall’allontanamento da Dio e dal prossimo. Noi, dunque, abbiamo un compito unico, imprescindibile, quello di aiutare a ritrovare queste sorgenti di vita dimenticate, di riportare l’umanità ad abbeverarsi a questa saggezza antica, di riavvicinare i fedeli all’adorazione del Dio del cielo e agli uomini per i quali Egli ha fatto la terra.

E questo in che modo? I nostri mezzi sono essenzialmente due: la preghiera e la fraternità. Sono queste le nostre armi, umili ed efficaci. Non dobbiamo lasciarci tentare da altri strumenti, da scorciatoie indegne dell’Altissimo, il cui nome di Pace è insultato da quanti credono nelle ragioni della forza, alimentano la violenza, la guerra e il mercato delle armi, “il commercio della morte” che attraverso somme di denaro sempre più ingenti sta trasformando la nostra casa comune in un grande arsenale. Quante trame oscure e quante dolorose contraddizioni dietro a tutto questo! Pensiamo, ad esempio, a quante persone si vedono costrette a migrare dalla propria terra a causa di conflitti foraggiati dall’acquisto a prezzi contenuti di armamenti datati, per venire poi individuate e respinte presso altre frontiere attraverso apparecchiature militari sempre più sofisticate. E così la speranza viene uccisa due volte! Ebbene, davanti a questi scenari tragici, mentre il mondo insegue le chimere della forza, del potere e del denaro, noi siamo chiamati a ricordare, con la saggezza degli anziani e dei padri, che Dio e il prossimo vengono prima di ogni altra cosa, che solo la trascendenza e la fratellanza ci salvano. Sta a noi dissotterrare queste fonti di vita, altrimenti il deserto dell’umanità sarà sempre più arido e mortifero. Soprattutto, sta a noi testimoniare, più coi fatti che con le parole, che crediamo in questo, in queste due verità. Abbiamo una grande responsabilità davanti a Dio e davanti agli uomini e dobbiamo essere modelli esemplari di quanto predichiamo, non solo presso le nostre comunità e a casa nostra – non basta più – ma nel mondo unificato e globalizzato. Noi che discendiamo da Abramo, padre nella fede delle genti, non possiamo avere a cuore soltanto “i nostri” ma, sempre più uniti, dobbiamo rivolgerci all’intera comunità umana che abita la Terra.

Perché tutti si pongono, almeno nel segreto del cuore, le medesime grandi domande: chi è l’uomo, perché il dolore, il male, la morte, l’ingiustizia, cosa c’è dopo questa vita? In molti, anestetizzati da un materialismo pratico e da un consumismo paralizzante, gli stessi quesiti giacciono assopiti, mentre in altri vengono messi a tacere dalle piaghe disumane della fame e della povertà. Guardiamo la fame e la povertà di oggi. Tra i motivi dell’oblio di quello che conta non si annoveri però la nostra incuria, lo scandalo di impegnarci in altro e non nell’annunciare il Dio che dà pace alla vita e la pace che dà vita agli uomini. Fratelli e sorelle, sosteniamoci in questo, diamo seguito al nostro incontro odierno, camminiamo insieme! Saremo benedetti dall’Altissimo e dalle creature più piccole e deboli che Egli predilige: dai poveri, dai bambini e dai giovani, che dopo tante notti oscure attendono il sorgere di un’alba di luce e di pace. Grazie.



Discorso pronunciato da S.E.R. il Sig. Cardinale Miguel Ángel Ayuso Guixot, M.C.C.I., Prefetto del Dicastero per il dialogo interreligioso


Santità, 
Eminenza, 
Illustri Membri del Muslim Council of Elders, 
ho l’onore di rivolgermi a voi a nome della delegazione vaticana. Certo, sono tante le sfide da affrontare nel XXI secolo, ma vorrei brevemente soffermarmi su una problematica comune e condivisa tra noi cristiani e musulmani, e che è alla sorgente di tante altre sfide, e cioè la crisi ambientale. La nostra fragilità come esseri umani e la nostra interdipendenza l’uno dall’altro, come le situazioni di conflitto e la pandemia di Covid-19 hanno eloquentemente messo in evidenza, sono un motivo più che sufficiente per essere uniti e impegnati a lavorare insieme per migliorare l’umanità. 
Promuoviamo dunque l’unità, la solidarietà e la fratellanza tra tutti, in modo da poter affrontare insieme e con coraggio le sfide del XXI secolo e quelle dell’immediato futuro. La speranza è che possiamo insieme uscire dalla crisi attuale migliori e più forti e che possiamo aiutare le nostre società a diventare più umane, a diventare un luogo in cui le persone si prendono cura l’una dell’altra e del creato.
C’è un urgente bisogno che i fedeli delle diverse religioni uniscano i loro sforzi per promuovere un ordine sociale ecologicamente responsabile, basato su valori condivisi. La crisi ecologica e la salvaguardia dell’ambiente per quanto riguarda le persone, il pianeta, la prosperità, la pace e la convivenza sociale sono essenziali per tutte le fedi e sono indissolubilmente legate l’una all’altra.
Anche i leader delle comunità religiose svolgono un ruolo vitale nel plasmare atteggiamenti, opinioni e comportamenti tra i loro seguaci per una gestione giudiziosa e un uso equo delle risorse naturali e per lo sviluppo sostenibile di tutti. Inoltre, hanno anche un dovere morale, come afferma il “Documento sulla Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”, per diffondere “i valori della pace, della giustizia, del bene, della bellezza, della fratellanza umana e della convivenza comune”.
La crisi ecologica è legata, in definitiva, a una crisi di valori, a un vuoto spirituale che pervade la società del nostro tempo e il dialogo interreligioso è fondamentale per risolverla. C’è quindi la necessità di offrire modelli alternativi basati su valori e percorsi spirituali.
L’interconnessione e l’interdipendenza degli esseri umani e della natura invitano ognuno ad andare oltre le differenze di classe, credo, razza o cultura, a collaborare per proteggere la salute della casa della famiglia umana, ora e per le generazioni future. La religione ci può aiutare a fare un primo passo verso il cambiamento collettivo.
Molte persone religiose oggi condividono l’idea che la crisi ambientale è causata dagli esseri umani e si sforzano, perciò, di offrire modelli di vita alternativi basati sui propri percorsi spirituali. Vorrei qui citare un hadith secondo il quale Muhammad disse: “Se arriva l’Ora Finale mentre hai tra le mani un germoglio di una pianta ed è possibile piantarlo prima che arrivi l’Ora, dovresti piantarlo” (Anas Ibn Malik). Perciò fino alla fine dei nostri giorni, noi esseri umani, siamo invitati a prenderci cura dell’ambiente che ci circonda facendo crescere la vita.
La preoccupazione per il degrado ambientale è una realtà interreligiosa: le religioni possiedono la sapienza che può aiutare a operare quei cambiamenti nei nostri stili di vita necessari per superare il deterioramento delle condizioni del Pianeta e che abbracciano tutti gli ambiti: ambientale, economico, sociale, culturale e quello della vita quotidiana.
Mi permetto di condividere alcuni spunti di riflessione che, a mio parere, la sfida ambientale pone al dialogo interreligioso:
  1. Andare oltre i propri confini. C’è un urgente bisogno che i seguaci di tutte le religioni si uniscano nel costruire un ordine sociale ecologicamente responsabile basato su valori condivisi. La pandemia di Covid-19 ne è un chiaro esempio. L’accelerazione dei problemi ambientali globali ha accresciuto l’urgenza della cooperazione interreligiosa.
  2. Affrontare i problemi ambientali, considerando che la “solidarietà universale” è necessaria per unire la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo integrale e sostenibile.
  3. Curare la salubrità e la sostenibilità del pianeta con programmi educativi condivisi per suscitare la coscienza ecologica e promuovere iniziative comuni attraverso il pieno coinvolgimento dei fedeli di differenti religioni, che vivono e lavorano fianco a fianco.
  4. Recuperare la consapevolezza del legame tra umanità e natura, anche mediante i testi sacri delle varie religioni, per tradurlo nella vita quotidiana.
  5. Promuovere l’impegno comune con i fedeli delle altre religioni e un cambiamento di atteggiamenti e di stili di vita, mediante il recupero di quei valori religiosi che creano una nuova coscienza ambientale.
Le sfide del XXI secolo, tra le quali quella ambientale, sono un’opportunità e un dono per accrescere le relazioni fra credenti e per adattarci a un nuovo modo di vivere basato sull’amore fraterno, sull’uguaglianza, sulla giustizia, sull’armonia e sulla pace.
Nella situazione di incertezza, di paura e di vuoto nella quale siamo immersi dobbiamo tornare alle radici della nostra stessa fede. Si deve tornare all’essenziale perché il nostro sia un vero ‘rinnovamento’ spirituale che possa portare, ad una cultura dell’incontro capace di andare oltre le differenze e le divisioni e di incidere in maniera profonda sulla vita di questo mondo.
La consapevolezza della nostra comune umanità, del nostro comune destino e della responsabilità che condividiamo nei confronti degli altri e del mondo deve spronarci a continuare a sviluppare la necessaria solidarietà interreligiosa per il benessere della famiglia umana perché insieme possiamo collaborare generosamente, come ha scritto Papa Francesco nell’ Enciclica Laudato si’: “… come strumenti di Dio per la cura della creazione, ognuno con la propria cultura ed esperienza, le proprie iniziative e capacità” (LS 14).




SOSTIENI SILERE NON POSSUM


Discorso del Sommo Pontefice Francesco pronunciato durante l’incontro ecumenico nella Cattedrale di Nostra Signora d’Arabia ad Awali

 


Altezza Reale,
Signor Ministro della Giustizia,
grazie della vostra presenza che ci onora.

«Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (At 2,9-11).

Santità, caro Fratello Bartolomeo, cari fratelli e sorelle, queste parole sembrano scritte per noi oggi: da tanti popoli e di tante lingue, da tante parti e di tanti riti, siamo qui insieme, e lo siamo a motivo delle grandi opere compiute da Dio! – Siamo in pace, come quella mattina di Pentecoste, in cui non si capiva nulla –. A Gerusalemme, nel giorno di Pentecoste, pur provenendo da molte regioni, si sentirono uniti in un solo Spirito: oggi come allora la varietà delle provenienze e dei linguaggi non è un problema, ma una risorsa. Un autore antico scriveva che «se qualcuno dirà a uno di noi: Hai ricevuto lo Spirito Santo, per quale motivo non parli in tutte le lingue? Devi rispondere: Certo che parlo in tutte le lingue, infatti sono inserito in quel corpo di Cristo cioè nella Chiesa, che parla tutte le lingue» (Discorso di un autore africano del secolo VI: PL 65,743).

Fratelli, sorelle, ciò vale anche per noi, perché «noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo» (1 Cor12,13). Purtroppo con le nostre lacerazioni abbiamo ferito il santo corpo del Signore, ma lo Spirito Santo, che congiunge tutte le membra, è più grande delle nostre divisioni carnali. È perciò giusto affermare che quanto ci unisce supera di molto quanto ci divide e che, più camminiamo secondo lo Spirito, più saremo portati a desiderare e, con l’aiuto di Dio, a ristabilire la piena unità tra di noi.

Torniamo al testo di Pentecoste. Meditandolo, hanno risuonato in me due elementi, che mi sembrano utili per il nostro cammino di comunione e che vorrei dunque condividere con voi. Sono l’unità nella diversità e la testimonianza di vita.

L’unità nella diversità. A Pentecoste i discepoli, dicono gli Atti degli Apostoli, «si trovavano tutti insieme nello stesso luogo» (2,1). Notiamo come lo Spirito, che si posa su ciascuno, sceglie tuttavia il momento in cui stanno tutti insieme. Potevano adorare Dio e fare del bene al prossimo anche separatamente, ma è convergendo in unità che si spalancano le porte all’opera di Dio. Il popolo cristiano è chiamato a riunirsi perché le meraviglie di Dio si avverino. Essere qui in Bahrein come piccolo gregge di Cristo, disseminato in vari luoghi e confessioni, aiuta ad avvertire il bisogno dell’unità, della condivisione della fede: come in questo arcipelago non mancano saldi collegamenti tra le isole, così sia anche tra di noi, per non essere isolati, ma in comunione fraterna.

Fratelli e sorelle, mi chiedo: come fare ad accrescere l’unità se la storia, l’abitudine, gli impegni e le distanze sembrano attirarci da altre parti? Qual è il “luogo di ritrovo”, il “cenacolo spirituale” della nostra comunione? È la lode di Dio, che lo Spirito suscita in tutti. La preghiera di lode non isola, non chiude in sé stessi e nei propri bisogni, ma ci immette nel cuore del Padre e così ci connette a tutti i fratelli e le sorelle. La preghiera di lode e di adorazione è la più alta: gratuita e incondizionata, attira la gioia dello Spirito, purifica il cuore, ricostituisce l’armonia, risana l’unità. È l’antidoto alla tristezza, alla tentazione di lasciarci turbare dalla nostra pochezza interiore e dalla pochezza esteriore dei nostri numeri. Chi loda non bada alla piccolezza del gregge, ma alla bellezza di essere i piccoli del Padre. La lode, che permette allo Spirito di riversare la sua consolazione in noi, è un buon rimedio contro la solitudine e la nostalgia di casa. Ci permette di avvertire la vicinanza del Buon Pastore, anche quando pesa la mancanza di Pastori vicini, frequente in questi luoghi. Il Signore, proprio nei nostri deserti, ama aprire strade nuove e impensate e far scaturire sorgenti di acqua viva (cfr Is 43,19). La lode e l’adorazione ci conducono lì, alle fonti dello Spirito, riportandoci alle origini, all’unità.

Vi farà bene continuare ad alimentare la lode di Dio, per essere ancora di più segno di unità per tutti i cristiani! Prosegua anche la bella abitudine di mettere a disposizione di altre comunità gli edifici di culto per adorare l’unico Signore. In realtà, non solo qua in terra, ma anche in Cielo c’è una scia di lode che ci unisce. È quella dei tanti martiri cristiani di varie confessioni – quanti ce ne sono stati in questi ultimi anni in Medio Oriente e nel mondo intero, quanti! Ora formano un solo cielo stellato, che indica la strada a chi cammina nei deserti della storia: abbiamo la stessa meta, siamo tutti chiamati alla pienezza della comunione in Dio.

Ricordiamo però che l’unità, per la quale siamo in cammino, è nella differenza. E questo è importante tenerlo in conto: l’unità non è “tutti uguali”, no, è nella differenza. Il racconto di Pentecoste specifica che ciascuno sentiva parlare gli Apostoli «nella propria lingua» (At 2,6): lo Spirito non conia un linguaggio identico per tutti, ma permette a ciascuno di parlare lingue altrui (cfr v. 4) e fa in modo che ognuno senta la propria parlata da altri (cfr v. 11). Insomma, non ci rinchiude nell’uniformità, ma ci dispone ad accoglierci nelle differenze. Questo accade a chi vive secondo lo Spirito: impara a incontrare ogni fratello e sorella nella fede come parte del corpo a cui appartiene. Questo è lo spirito del cammino ecumenico.

Carissimi, chiediamo a noi stessi come procediamo in questo cammino. Io, pastore, ministro, fedele, sono docile all’azione dello Spirito? Vivo l’ecumenismo come un peso, come un impegno ulteriore, come un dovere istituzionale, oppure come il desiderio accorato di Gesù che diventiamo «una sola cosa» (Gv 17,21), come una missione che scaturisce dal Vangelo? Concretamente, che cosa faccio per quei fratelli e sorelle che credono in Cristo e non sono dei “miei”? Li conosco, li cerco, mi interesso di loro? Tengo le distanze e mi atteggio in modo formale oppure cerco di capirne la storia e di apprezzarne le particolarità, senza ritenerle ostacoli insormontabili?

Dopo l’unità nella diversità, veniamo al secondo elemento: la testimonianza di vita. A Pentecoste i discepoli si aprono, escono dal Cenacolo. Da lì in poi andranno ovunque nel mondo. Gerusalemme, che era sembrata il loro punto di arrivo, diventa il punto di partenza di un’avventura straordinaria. La paura che li chiudeva in casa rimane un ricordo lontano: ora si dirigono dappertutto, ma non per distinguersi dagli altri e nemmeno per rivoluzionare l’ordine delle società e l’assetto del mondo, bensì per irradiare in ogni angolo la bellezza dell’amore di Dio attraverso la loro vita. Il nostro, infatti, non è tanto un discorso da fare a parole, ma una testimonianza da mostrare coi fatti; la fede non è un privilegio da rivendicare, ma un dono da condividere. Come dice un testo antico, i cristiani «non abitano in città particolari, non usano qualche strano linguaggio, e non adottano uno speciale modo di vivere, […] ogni regione straniera è la loro patria […]. Vivono sulla terra, ma hanno la loro cittadinanza in cielo. Osservano le leggi stabilite ma, con il loro modo di vivere, sono al di sopra delle leggi. Amano tutti» (Epistola a Diogneto, V). Amano tutti: ecco il distintivo cristiano, l’essenza della testimonianza. Essere qui in Bahrein ha permesso a tanti di voi di riscoprire e praticare la genuina semplicità della carità: penso all’assistenza nei riguardi dei fratelli e delle sorelle che arrivano, a una presenza cristiana che nell’umiltà quotidiana testimonia, nei luoghi di lavoro, comprensione e pazienza, gioia e mitezza, benevolenza e spirito di dialogo. In una parola: pace.

Ci farà bene interrogarci anche sulla nostra testimonianza, perché con il passare del tempo si può andare avanti per inerzia e affievolirsi nel mostrare Gesù attraverso lo spirito delle Beatitudini, la coerenza e la bontà della vita, la condotta pacifica. Chiediamoci, ora che stiamo pregando insieme per la pace: siamo davvero persone di pace? Siamo abitati dal desiderio di manifestare ovunque, senza attendere nulla in cambio, la mitezza di Gesù? Facciamo nostre, portandole nel cuore e nella preghiera, le fatiche, le ferite e le disunioni che vediamo attorno a noi?

Fratelli e sorelle, ho voluto condividere con voi questi pensieri sull’unità, che la lode rafforza, e sulla testimonianza, che la carità fortifica. Unità e testimonianza sono coessenziali: non si può testimoniare davvero il Dio dell’amore se non siamo uniti tra noi come Egli desidera; e non si può essere uniti rimanendo ciascuno per conto suo, senza aprirsi alla testimonianza, senza dilatare i confini dei nostri interessi e delle nostre comunità in nome dello Spirito che abbraccia ogni lingua e vuole raggiungere ognuno. Mi permetto di aggiungere una riflessione: lo Spirito Santo quel giorno crea una grande diversità, che sembra un grande disordine. Ma lo stesso Spirito che dà la diversità dei carismi è lo stesso che crea l’unità, ma l’unità come armonia. Lo Spirito è l’armonia, come diceva un grande Padre della Chiesa: “Ipse harmonia est”, Lui è l’armonia. È quello per cui noi preghiamo, che succeda tra noi questa armonia. Egli unisce e invia, raduna in comunione e manda in missione. Affidiamogli nella preghiera il nostro percorso comune e invochiamo su di noi la sua effusione, una rinnovata Pentecoste che dia sguardi nuovi e passi celeri al nostro cammino di unità e di pace.






Condividi questo articolo

Categorie

Ecumenismo
Citta del Vaticano
Chiesa cattolica

ARCHIVI

ULTIMI ARTICOLI

NEWSLETTER